Le favole di Esopo

*E àcula ce o pavùna


L’aquila e il pavone










La favola dinota, che le cose de’ potenti non lodano per verità, ma per timore.
E àcula, ecì pu ìstiche ma t’addha puddhìa, ipe: “Evò e’ pistèo ca evrìschete mes 's esà ena puddhì pleon òrio fse mea. To fsero ja poddhà simàddia: cundu to sòma-mu en ekhi addhò”.

L’aquila, mentre si trovava insieme agli altri uccelli, disse: “Io non credo che ci sia nessuno di voi più bello di me. Lo so per molti segni: come il mio corpo, non ce ne sono altri.”

Ola ta puddhìa ìpane: “Umme, ene e alìssia”. O pavùna mùttise, ma ipe c'es sàfto: “Vastà to pizzo dinatò ce t’anìkhia cotterà. An en ìane ja tua, ikhe ettù canena pu su èdifse ca en ise to plèon òrio, ma to pleon àscimo”. Tutti gli uccelli approvarono e dissero che era la verità. Ma il pavone, in silenzio, disse tra sé: “Hai il becco forte e le unghie affilate. Se non fosse per questi, ci sarebbe qualcuno qui che ti mostrerebbe che non sei il più bello, ma il più brutto.”