Le favole di Esopo

* O scìdddho ce o cuoco


Il cane
e il cuoco










La favola ne insegna, che non deve lo uomo di quelle cose rallegrarsi, delle quali ha da dolersi.
Enas àntropo fònase ena' filo na pai na fai ma cio. O sciddho tu patruna puru fònase an addho sciddho.

Un uomo invitò un amico a mangiare con lui, e il cane del padrone chiamò un altro cane.

Tuo, donta i tavla òrria ce stiammeni, j’i kharà encìgnase na sìsi ti' cuta ce na zumpefsi. O cuòco, donta utto sciddho fseno, ton èbbiche atti' cuta ce ton èrifse attin fenestra.

Questo, vedendo la tavola bella e ben apparecchiata, per la gioia cominciò a scodinzolare e a saltare. Il cuoco, vedendo quel cane forestiero, lo prese per la coda e lo scaraventò fuori dalla finestra.

E adhi schiddhi t’ùpane: “Pos efe calà!”. Ce cio apàntise: “Tosso calà, ca motti guìca en ida mancu ti' strada”.Gli altri cani gli dissero: “Come hai mangiato bene!”, ed egli rispose: “Tanto bene, che quando sono uscito fuori non ho nemmeno visto la strada”.