Le favole di Esopo

* O paddhicàri ce e gàtta


Il giovane e
la gatta






Questa favola dimostra, che se gli uomini scelerati mutano stato e condizione non mutano però i costumi.
Mia gatta ìone poddhì acapimmeni afs’enam òrrio paddhicari.
Tuo pracàlise ti Venere na tin addhafsi es mian ghineca.
E dea, èkhonta compassiùna j’utton àntropo,
àddhafse tin gatta es enan òrio corasi.
O paddhicari in èrmase ce tin cràtenne òria òria.

Una gatta era molto amata da un bel giovane.
Questi pregò Venere ché mutasse la gatta in una donna.
La Dea, avendo compassione di quest’uomo,
convertì la gatta in una bella fanciulla.
Il giovane la prese per moglie e la trattava molto bene.

E Venere, tèlonta na dì an usi ghineca, nomeni m’o soma, ìkhe addhàfsonta puru tin fsikhì, èmbiefse una pondicuddhi mes 's ecinu. Tui allimonìsonta ca ìone ghineca, escosi na drami to pondicò jacai ìtele n’o fai.
Allora e Venere, m’i lissa,
tin ècame na ghiurisi gatta cundu ione prima.
Venere, volendo comprovare se questa donna avesse assieme al corpo mutati anche i costumi, mandò un sorcio fra loro. Questa scordandosi di esser donna, si levò a rincorrere il sorcio perché desiderava mangiarlo.
Allora Venere sdegnata,
la fece ridiventare gatta come era prima.