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Rize Griche: il portale del grico 🇬🇷
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Esopo: indice

* E alipùna ce o leopardo



La volpe
e il leopardo





QR Segmento 1

Questa favola insegna che è molto più bella la bellezza dell'animo , che quella del corpo.


Mia alipuna ce ena leopardo ecànnane loja ja tis ìone o pleon òrio. O leopardo ele ca o pelon òrio ìone cio jatì vasta to derma fse tossa òrria culùrria.
Una volpe ed un leopardo litigavano su chi fosse il più bello.
Il leopardo diceva che il più bello era lui perché aveva la pelle di tanti bei colori.
E alipuna pu en ìsoze pi to stesso prama atto dèrma-ti,
ipe: o posso ime pleon òria piri esena, jatì degghe to soma,
ma tin fsikhì vastò fse tossa òrria culùrria.
La volpe non potendo asserire la stessa cosa della sua pelle,
disse: o quanto io son più bella di te, perché
non il corpo, ma l’animo ho di tanti bei colori.
*** ***

* E alipùna ce o jàzzo


La volpe e
il caprone




QR Segmento 2

Questa favola significa, che l’uomo dee molto ben considerare il fine, prima, che venga a far cosa alcuna.

Mia alipuna ce ena jazzo ìkhane dìfsa
ce catevìcane oli ce dio ec’es ena frea na pìune.
Poa pu ìkhane pìonta, en evrìscane pleo ti' strada
n’àggune atto frea. Ipe allora e alipuna u jazzu:

Una volpe ed un becco, avendo sete,
discesero entrambi in un pozzo per bere.
Quando ebbero bevuto, non trovarono più la strada
per uscire dal pozzo. Disse allora la volpe al becco:

min ecchida, pènzefsa evò pos sòzamo cami n’àgguome
apu ‘ttucàu: esù egherni ta pòja ce ta cumbà sto' tikho,
i' ciofali tin canni na nghisi to' petto iu ta cèrata canonune acàu. Evò ndevenno apà stes plàe-ssu ce apucì apà sta cèrata
ce m’a zumpo eguènno atto frea ce poi su dio mia khera n’àggui puru esù.

Non preoccuparti, ho pensato io a come potremmo fare per uscire da quaggiù: tu alzerai i piedi e li appoggerai al muro,
farai toccare la testa con il petto così le corna guarderanno verso il basso. Io salirò sulle tue spalle e da lì sulle corna
e con un balzo uscirò fuori dal pozzo e poi ti aiuterò io ad uscire.

O jazzo ècame pos t’ùpe e alipuna
ce tui egguìche atto frea.
Motti evresi fore, e alipuna j’i kharà ncìgnase
na zumpefsi ce na khorefsi stin acra tu freàtu
ce en ecchita pleo n'afidisi to' jazzo n'àggui,
anzi ton èpeze apopanu.

Il becco fece come gli aveva detto la volpe
e questa uscì dal pozzo.
Quando si vide fuori, la volpe per la gioia si mise
a saltare e a ballare sull’orlo del pozzo
e non si preoccupò più di aiutare il becco ad uscire,
anzi si prendeva gioco di lui.

Allora, jatì o jazzo tis ìpe ca en ìfsere na cratesi o lòo
ce ìone mia fsematara, tu rispùndefse:
Jazze, an esù vasta tossa mialà sti' ciofali
possa maddhìa vastà stin barba, en ìkhe catevònta sto frea
proppi na dì pos ikhe na cai na ndevì.
Allora, poiché il becco le rimproverava di non essere capace di mantenere la parola e di essere quindi una bugiarda, gli rispose: becco, se tu avessi in testa tanto cervello quanti peli
hai nella barba, non saresti sceso nel pozzo
prima di vedere come dovevi fare per risalire.
*** ***

* O paddhicàri ce e gàtta


Il giovane e
la gatta




QR Segmento 3

Questa favola dimostra, che se gli uomini scelerati mutano stato e condizione non mutano però i costumi.
Mia gatta ìone poddhì acapimmeni afs’enam òrrio paddhicari.
Tuo pracàlise ti Venere na tin addhafsi es mian ghineca.
E dea, èkhonta compassiùna j’utton àntropo,
àddhafse tin gatta es enan òrio corasi.
O paddhicari in èrmase ce tin cràtenne òria òria.

Una gatta era molto amata da un bel giovane.
Questi pregò Venere ché mutasse la gatta in una donna.
La Dea, avendo compassione di quest’uomo,
convertì la gatta in una bella fanciulla.
Il giovane la prese per moglie e la trattava molto bene.

E Venere, tèlonta na dì an usi ghineca, nomeni m’o soma, ìkhe addhàfsonta puru tin fsikhì, èmbiefse una pondicuddhi mes 's ecinu. Tui allimonìsonta ca ìone ghineca, escosi na drami to pondicò jacai ìtele n’o fai.
Allora e Venere, m’i lissa,
tin ècame na ghiurisi gatta cundu ione prima.
Venere, volendo comprovare se questa donna avesse assieme al corpo mutati anche i costumi, mandò un sorcio fra loro. Questa scordandosi di esser donna, si levò a rincorrere il sorcio perché desiderava mangiarlo.
Allora Venere sdegnata,
la fece ridiventare gatta come era prima.
*** ***

* O contadìno ce ta pedìa


Il contadino e
figli litigiosi




QR Segmento 4

Questa favola significa, che le cose umane come dice Sallustio, ugualmente per la concordia crescono, e per la discordia rovinano.
Ena contadino, donta ta pedìa-tu na camune loja
cai meri senza mai n’àkhune a' spirì filìa,
àmpose na tu fèrune a’ mazzo ravdìa
ce, ma pedìa ambrò, èdese ta ravdia ola nomena

Un contadino, vedendo i suoi figli litigare
ogni giorno senza mai che ci fosse un poco di pace,
comandò che gli portassero un fascio di verghe
e, con i figli presenti, legò i bastoni tutti insieme

ce ìpe passoanù tos pedìo na clasi ta ravdìa iu demena.
Ma motti tispo tos pedìo efidetti na clasi to’ mazzo,
ton elise ce èdiche ena ravdì jana n’o’ clàsune,
ce tui presta to’ clàsane.

e disse a ciascun figlio di rompere i bastoni così legati.
Quando nessuno dei figli fu capace di rompere il fascio,
lo sciolse e diede un bastone a ciascuno
dei figli perché lo rompesse, e questi subito lo ruppero.

Allora o ciùri ipe: pedìa-mu, an zìsete m’i filìa ce ìsesta oli mia, tispo attus nimicu sas sozi feri àdeco,
sandè e lissa e dichì-ssa ce e misitrìa sas vaddhi sta khèria-to.
Allora il padre disse: figli miei, se vivete in pace e sarete uniti, nessuno dei nemici vi potrà recare danno,
altrimenti la vostra rabbia e il vostro odio vi porrà alla loro mercé.
*** ***

* E ghinèca ce e òrnisa


La donna
e la gallina




QR Segmento 5

Questa favola insegna che gli uomini per lussuria ed abbondanza si degradano e dimenticano il buon fare.
Mia ghineca ìkhe mian òrnisa pu cai meri ècanne enan agguò.
Tui cratènnonta ca e òrnisa ikhe canta dio agguà a’ tis ikhe dòconta na fai pleo poddhì,

Una donna aveva una gallina che ogni giorno faceva un uovo.
Questa ritenendo che la gallina avrebbe fatto due uova se le avesse dato da mangiare maggiormente,

evalosi na tis doi na fai tosso, ca e òrnisa eghetti iu liparì ca en ìsose cai pleo agguà. si mise a nutrirla tanto abbondantemente, che la gallina divenne così grassa che non poté più fare uova.

Le favole sono liberamente tratte da:
"Le favole di Esopo (conaggiunta di molte Favole d’insigni Autori.)"
Traduzione dal greco di Giulio Landi (1545)
"La morale delle favola", riportata in corsivo, è la stessa riportata nel testo.
Edizione: Esopo. Favole di Esopo. Napoli, 1805. Fonte: Internet Archive

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